Aria nuova sulla via Emilia del vino
di Annalisa Barison Delegato Ais Ferrara
Con undici denominazioni di origine controllata diffuse su territori che a grandi linee ripercorrono i confini amministrativi delle province, decine di vitigni autoctoni ‘minori’ e una produzione conosciuta e considerata soprattutto per il livello quantitativo, oggi l’Emilia del vino sta prendendosi le sue rivincite. Grazie infatti a un percorso verso la qualità, intrapreso dalla maggior parte dei produttori del territorio, l’enologia emiliana mostra infatti i suoi gioielli. E lo fa vigneto dopo vigneto, puntando sulla varietà ampelografica e sull’aderenza al terroir.
I tre moschettieri del piacentino
Nata nel 1967, la Doc Colli Piacentini ha un’ossatura formata dai vitigni Barbera, Croatina e Malvasia aromatica di Candia a cui si aggiungono quelli di rango internazionale quali Cabernet, Chardonnay, Pinot e Sauvignon, nonché gli autoctoni che, oltre all’affermato Ortrugo al Bervedino ed alla Malvasia Rosa, vedono in campo una trentina di vitigni selezionati dall’Istituto di Viticoltura dell’Università del Sacro Cuore di Piacenza che tanto ha contribuito alla crescita qualitativa del settore vitivinicolo piacentino. Il re e la regina della Doc ‘Colli Piacentini’ sono il Gutturnio, vino rosso a base di Barbera e Croatina, che viene prodotto nelle versioni tranquillo, vivace, frizzante, Superiore e Riserva, e la Malvasia, vino bianco a base di Malvasia bianca di Candia aromatica, che viene prodotto nelle versioni dolce, amabile, secco, frizzante, fermo, spumante e passito. Non possiamo dimenticare il Monterosso Val d’ Arda, vino bianco a base di Malvasia aromatica di Candia, Moscato bianco, Trebbiano romagnolo, Ortrugo, Bervedino e/o Sauvignon.
E ancora si devono ricordare l’Ortrugo, vino bianco ottenuto dal vitigno autoctono Ortrugo vinificato in purezza, il Trebbianino Val trebbia, vino bianco ottenuto dai vitigni Ortrugo, Malvasia di Candia, Moscato bianco, Trebbiano Romagnolo e Sauvignon e il Val Nure, vino bianco a base di Malvasia di Candia aromatica, Trebbiano romagnolo e Sauvignon. Grazie alla passione e alla professionalità dei viticoltori piacentini stanno riscuotendo grande apprezzamento in campo nazionale ed estero il Malvasia Passito che è ormai un’importante realtà piacentina e il Vinsanto di Vigoleno. E se qualche esigente enofilo cercasse un suadente e brillante Ice Wine (vino bianco ottenuto da uve lasciate ad appassire sulle viti e raccolte nel primissimo mattino fra Dicembre e Gennaio solamente quando la temperatura scende sotto i cinque gradi centigradi) ebbene niente paura: la viticoltura piacentina in Val d’Arda offre anche questo.
La qualità si chiama Malvasia di Candia
Particolarmente apprezzabile nell’areale parmense è la malvasia, ottenuta soprattutto da uva malvasia di candia aromatica. Questo vitigno di origine antica fa parte di una grande famiglia delle Malvasie che sappiamo bene essere coltivate in Italia dalla Valle d’Aosta al Salento, dal Friuli alla Sicilia, passando attraverso Piemonte, Emilia, Toscana, Lazio, Sardegna e così via. La Malvasia Aromatica di Candia coltivata in Emilia, ha subito nel tempo profonde modificazioni botaniche, si presenta oggi con un tipico colore rossiccio del rachide, il che la fa denominare talvolta ‘malvasia rossa’, inducendo in errore i consumatori. In realtà questo vitigno produce bacche molto chiare, fortemente aromatiche a sapore moscato. Il grappolo è di forma piramidale, allungato con ala sviluppata, da compatto a spargolo. L’acino è di media grandezza con buccia spessa, pruinosa, ricca di aromi a sapore moscato. I Viticoltori di questo territorio ben consapevoli di queste caratteristiche del vitigno, hanno sapientemente messo in pratica una tendenza di lavoro indirizzata all’ottenimento di vini di elevato pregio, partendo ovviamente da una tecnica in vigna di ottenimento di uve di qualità. La Malvasia aromatica di Candia è incredibilmente versatile. Dà buoni vini sia nella versione frizzante che spumante, sia in quella secca, che dolce o passita. Al naso si presenta con profumo tipicamente aromatico arricchito da un ampio ventaglio olfattivo. Le note possono passare dai sentori di frutta esotica come pesca, albicocca, alla frutta agrumata come mandarino, cedro; il floreale esprime un delicato sentore di rosa, di acacia e lavanda. Le erbe aromatiche spaziano dalla salvia alla mentuccia, ancora il profumo di miele, il minerale, la frutta essiccata (fico e dattero) e candita sicuramente più spiccati nella versione passita.
Reggio, provincia ‘Lambrusca’
È stata definita ‘Provincia Lambrusca’ in virtù della sua viticoltura che fin dai tempi remoti si è caratterizzata proprio per la coltivazione di diversi tipi di Lambrusco. Nel Reggiano però dagli anni ‘70, si è concentrata tutta la produzione del vino Doc Lambrusco Reggiano che prevedeva solamente le varietà Ancellotta, Lambrusco Salamino, Lambrusco di Sorbara, Lambrusco Marani, Lambrusco Montericco e Lambrusco Maestri. Allora la predilezione del mercato era verso vini poco colorati o bianchi pertanto le cultivar più ricche di sostanze polifenotiche ne furono penalizzate. Oggi l’attenzione che viene dedicata alla qualità complessiva della produzione vinicola e l’esigenza di collocare il prodotto in un mercato sempre più colto ed esigente, rende necessario riprendere in considerazione vecchie varietà pregevoli sia sotto il profilo enologico che agronomico. A tal fine dalla tradizione enologica reggiana sono state ‘ripescate’ altre varietà di lambruschi: il Lambrusco Oliva, (per il quale è già stata avviata la pratica di iscrizione al Catalogo Nazionale) la Ruznintena, il Lambrusco Benetti e il Lambrusco a Foglia Frastagliata. Altri vitigni minori, oggetto di studio sono l’Uva tosca, il Berzemino, la Sgavetta, tutti a bacca rossa.
Il Malbo Gentile fa la differenza
Nel panorama ampelografico modenese e reggiano la coltivazione dei Lambruschi, come abbiamo visto, la fa da padrone, ma esistono anche vitigni minori (probabili Autoctoni) di non trascurabile interesse, quali in particolare il Malbo Gentile. Un vitigno ad uva nera localmente molto apprezzato, questo vitigno è noto anche come Amabile di Genova, ed è coltivato in parte nella fascia pedecollinare a Sud della via Emilia. Indiscutibile è la sua importante presenza nei vigneti del modenese, in principal modo, ed anche reggiana. Di vigoria è medioelevata ha un grappolo spargolo, a forma piramidale con acini sferici con una buccia ricca di pruina e di sostanze coloranti che le conferiscono una colorazione blu-nera. Di solito le uve sono vinificate unitamente ad altri vitigni per migliorarne la qualità dei mosti rafforzandone la gradazione zuccherina. Oggi per il Malbo Gentile si sta indirizzando una linea di lavorazione in purezza, cercando di valorizzare le qualità intrinseche di questo vitigno. Ricco di colore, di buona concentrazione, dai profumi fragranti di frutta rossa, e fiori, può raggiungere un buon corpo e un giusto equilibrio gustativo fra freschezza e tannicità se vinificato nelle giuste epoche di maturazione. Decisamente interessanti le versioni dolci ottenute dall’appassimento delle uve.
Pignoletto, re dei Colli
Vitigno che incarna un territorio e che ha avuto una lunga storia, il Pignoletto, grazie agli studi svolti in collaborazione con l’Università di Bologna già nel 1976 viene finalmente definito vitigno a sé, completamente diverso dal Riesling Italico, con cui veniva continuamente confuso. Caratteristico della zona è il vanto dei viticoltori delle colline Bolognesi, perché da questo vitigno si ottiene un vino unico per caratteristiche organolettiche ed estremamente variegato nell’espressione delle sue differenti tipologie. Fragrante e fresco nella versione frizzante, di corpo e struttura con una bella avvolgenza gustativa, il Pignoletto è in grado di supportare piatti anche di carni bianche nella versione superiore e classica. Infine nell’espressione passita, che è l’ultima arrivata, ma che sta dando risultati davvero sorprendenti per complessità olfattiva, ricchezza di profumi, pienezza di gusto, morbidezza supportata da buona dotazione acida, il Pignoletto può essere benissimo definito oltre che da fine pasto, un vino da meditazione in dolce compagnia. Vitigno minore del comprensorio bolognese che merita menzione è poi il Montù. Coltivato nel bolognese da tempi remoti, con i suoi 600 ettari estesi nel territorio compreso tra Modena e Bologna, non corre certo il rischio di estinzione, anche se è sicuramente poco conosciuto al di fuori della sua zona di origine. Da questa uva a bacca bianca si produce un vino dal colore giallo paglierino tenue, può essere sia secco che amabile, sia fermo che vivace o frizzante. Altri vitigni minori dell’areale Bolognese sono Alionza (a bacca bianca), Angela (a bacca bianca), Negrettino Bolognese (a bacca rossa).
Dal vino di bosco al vino delle sabbie
Il vitigno per antonomasia che incarna il territorio del Bosco Eliceo è a bacca rossa e si chiama dal 1989, anno di istituzione della Doc, Fortana. La storia della vite e del vino in provincia di Ferrara è legata al ‘Vino di Bosco’, che da sempre è il simbolo dell’enologia ferrarese e che comprende l’antico vitigno ‘Uva d’Oro’, il quale ancora oggi è prevalentemente coltivato in quello che fin dalle origini è stato il suo habitat naturale: l’area costiera che si estende dalle Bocche del Po di Goro alla foce del fiume Reno, lungo la direttrice della strada statale Romea, proprio dove un tempo esistevano ampie distese di Eliseti (Boschi di Quercus ilex), da cui è derivato il nome Bosco Eliceo. È nel Cinquecento che compare il nome Uva d’Oro, e inizia così la lunga serie degli scrittori che racconteranno di un vitigno ‘Uva d’Oro’ importato dalla Francia... Nel 2004 è partito un Progetto di Valorizzazione della Viticoltura litoranea per quanto attiene il vitigno Fortana. Le prospettive per il futuro sono ovviamente quelle di poter dare informazioni dettagliate su questo ‘terroir’ davvero particolare che è l’area litoranea salmastra su cui cresce un’uva considerata rustica perché ancora oggi per la maggior parte il Fortana è vitigno coltivato ‘franco di piede’ ossia senza portinnesto americano. L’ambiente particolarmente umido, l’aria, il terreno salso, la brezza sempre viva tipica e il mare che mitiga le stagioni sono poi altri elementi che contribuiscono alla formazione del carattere intrinseco, davvero unico dei vini a base Fortana.